Recensioni

 L’Arte di Tacere

“La notte di San Gennaro” di Vincenzo Ammaliato [Edizioni Cento Autori] è un diario; ce lo dicono l’autore e l’editore prima ancora di poterlo scoprire noi stessi iniziando a leggere.
“Diario di una strage dimenticata” è, infatti, il sottotitolo.
Diario di una strage, direi, però, ancor più che dimenticata, assorbita sottopelle da chi si è abituato forse a tutto; metabolizzata come tossina che prima o poi ti aspetti di espellere dal corpo, sperando non ti faccia danni più gravi, come gli ovuli di cocaina degli spacciatori nigeriani sempre alla ribalta nella cronaca e di cui pure l’autore racconta spesso dalle pagine del quotidiano su cui scrive, Il Mattino.
Ammaliato corre, cammina, sta fermo. Guarda, parla, chiede e si chiede. E in presa diretta ci accompagna in un viaggio che, alla Voltaire, è il vero viaggio di scoperta: quello che non cerca terre nuove, ma che osserva e vive con occhi nuovi le terre già conosciute.
C’è da stare saldi e concentrati per non perdersi, nel percorso narrativo (che non è diacronico ma si svolge in tempi diversi, che rappresentano tanti “prima” e tanti “dopo” rispetto a quella notte del 18 settembre 2008, da luglio 2005 a novembre 2017) pezzi e brandelli di storie, strade, vite ed esseri umani.
Colpisce di Ammaliato la capacità di tratteggiare proprio questi ultimi nella loro multiforme e multicolore umanità, anche quando, con loro, si avventura in un modo che a leggerlo sembra fantastico, ma che è, invece, la realtà e che, in quanto tale, supera la fantasia: riti, tradizioni, pregiudizi, tabù, niente sfugge all’autore, anche quando è in ritardo sul pezzo da consegnare e rischia che la vita del giornalista, narratore appassionato di una terra che non può lasciare indifferenti, travolga la vita personale (e viceversa).
Ogni capitolo dei due atti in cui è suddiviso il libro si apre con una data, un luogo, e il cronometro posizionato (indietro, in sincrono, o in avanti) rispetto alla strage.
Il lettore si lascia attrarre, credo, anche da questo, che non è un espediente, ma il tentativo di mettere a nudo completamente la cronaca, la vita dell’autore e la cronaca delle vite delle centinaia di personaggi che, anche fugacemente, fanno apparizione nelle pagine.
“Dov’ero?” è forse la prima domanda che ci si fa; e che ci si ritorna a fare, quando si legge di fatti, di notizie che, prima o dopo di quella mattanza, i giornali pure avevano già raccontato, ma che Ammaliato riesce a legare con il filo sottile ma solido che solo chi è davvero dentro la notizia sa tendere.
Che poi, diciamocelo, certi fatti, salvo il primo clamore, diventano oggetto di interesse solo per gli addetti ai lavori o per i lettori incalliti delle cronache giudiziarie, entrambe categorie di persone capaci di tenere a mente notizie e conservarle per eventuali puzzle successivi.
L’autore, però, si rivolge a ogni genere di lettore (anzi forse maggiormente a chi cerca la storia più che i dati freddi e chirurgici della notizia) ed espelle, ad un ritmo veloce sul quale bisogna sincronizzarsi presto, tutti questi tasselli dalla tastiera e li riversa sulla pagina che, spesso, resta scossa da un dolore sottotraccia che a volte fa fatica a non esplodere: l’”uomo della Domiziana” – come nella prefazione il regista Edoardo De Angelis chiama l’autore in una definizione semplice ma perfetta – sembra avere lui stesso sottopelle questo dolore.
Il dolore di chi vede questo “paradiso abitato da diavoli” (per usare una celebre citazione riservata ad altro territorio) e cerca di dirci che i diavoli, i demoni non sono quelli che semplicisticamente e ciclicamente vengono disegnati come tali da una narrazione, anche di Stato, che serve per autoassolversi più che per capire e superare.
“La notte di San Gennaro” è, sotto questo punto di vista, un libro d’amore, come sono d’amore tutti i libri di chi racconta il brutto per perseguire il bello; il male per trovare il rimedio; l’odio per trovare l’armonia. Quello dell’autore, però, non è amore sdolcinato, ma amore maturo di chi ha scelto di restare e costruire.
Il lettore fa, quindi, inevitabilmente, il tifo per Ammaliato, che sembra a volte, nella sua ansia di capire lui per primo per poi raccontare, un piccolo supereroe, di quelli che salvano il mondo inconsapevolmente, spinti unicamente dalla certezza che sia necessario farlo e incuranti degli strumenti (che a volte l’autore scopre di aver dimenticato o, banalmente, di non poter avere a disposizione) della propria “cassetta degli attrezzi”: perché chi è spinto da disincanto e da un po’ di sana follia sa sempre che ce l’avrà fatta anche in caso di fallimento.
“La notte di San Gennaro” è un libro che difficilmente, per rubare le parole a Calvino, finisce di dire quel che ha da dire una volta terminato. Perché il lettore sa che Ammaliato è ancora lì, lungo i 27 chilometri della Domiziana, pronto a raccontare nuove storie o, se dovesse intercettare nuove e diverse verità, di nuovo la stessa storia, alla ricerca di una descrizione dei fatti che sia quanto più aderente alla verità. 

 Marta Correggia.

La notte di San Gennaro – diario di una strage dimenticata” di Vincenzo Ammaliato è – al contempo – un diario, un reportage giornalistico di cronaca nera e un saggio sociologico. Questi tre elementi rendono questo libro qualcosa di più di un semplice libro su Castel Volturno. Il lettore ha l’impressione di guardare i fatti attraverso un buco della serratura di una porta blindata, inaccessibile soprattutto a chi non è addetto ai lavori.  Ammaliato, pagina dopo pagina, riesce a ingrandire sempre più questo buco della serratura e a fare penetrare, anche il lettore più inesperto, all’interno della città di Castel Volturno, a portarlo in quello che De Angelis, nella prefazione, ha definito la milza d’Italia: un organismo secondario se lo asporti sopravvivi lo stesso, ma in ogni caso un organo importante, perché collegato all’organismo attraverso vasi e arterie. Il lettore, pagina dopo pagina, come se Ammaliato portasse una micro camera in spalla, s’immerge nei quartieri di Castel Volturno, nelle vie, nelle case, nei volti delle persone che incontra, amici, confidenti, nigeriani, sedicenti vescovi, memoriali, volontari. La strage di Castel Volturno, questa tremenda pagina della storia criminale italiana, è raccontata da un figlio legittimo della Domiziana, per lui C/ Volturno diventa milza generatrice e questa gestazione paradossale scorre nelle sue vene e nel suo sguardo per usare ancora le parole di De Angelis; ed è proprio questo che emerge dalla lettura del libro: la strage è il perno attorno al quale ruota, attraverso un sistema molto efficace di flashback e flashforward, anche la vita personale e le difficoltà quotidiane dell’autore: il latte da comprare, i figli, il primo lavoro ( presso una azienda ) e il secondo lavoro (di corrispondente per la cronaca nera del Mattino), la gestione dei rapporti con il capo redattore, la necessità di scrivere i pezzi e di inviarli al giornale. Ecco perché è un diario, con l’indicazione di data, giorni, luoghi, in cui il tempo è scandito sulla strage e attraverso la strage, gli anni e i mesi sono contati sulla base di quanto la strage sia distante, passata, o prossima a venire, o stia invece proprio lì, e allora si tratta di ore, con i cadaveri crivellati di colpi ancora stesi nel loro sangue. La strage è la bussola attraverso cui tutto si aggomitola e tutto si allarga.  Un diario personale, in cui c’è la vita dell’autore, ma ci sono anche i cittadini, quelli reali e quelli fantasma di Castel Volturno, ci sono le loro storie, ci sono i fatti di cronaca nera, prima e dopo la strage, e per questo è un reportage ma è anche un saggio sociologico. In molti capitoli, infatti, l’autore posa il suo sguardo su quelle realtà di Castel  Volturno, che solo all’apparenza nulla hanno a che vedere con i fatti di cronaca, giacché invece ne sono proprio il presupposto, perché la cultura di un popolo dà indicazioni importanti non solo su come un popolo vive, ma anche su come un popolo delinque.

Ed ecco che all’improvviso siamo catapultati all’interno di una surreale cerimonia religiosa, con un sedicente vescovo che premonisce infauste notizie, in mezzo ad una folla accanita e variopinta tra donne vestite come caramelle, uomini con abiti scuri e bambini che sembrano adulti in formato mignon. Ammaliato ci fa entrare nelle realtà più intime della città: quelle del volontariato di Cristina che fornisce assistenza “ fai da te” a bimbi di extracomunitarie che non sono in grado di badare ai loro figli, a metà tra un lavoro e una missione, raccontando di come una comunità composta di migliaia di persone si è organizzata sotto il profilo dell’assistenza ai più piccoli; racconta di un bambino autistico cui la scuola e il servizio sanitario nazionale negano ogni forma di assistenza, giacché la sua condizione di irregolarità non gli consente di beneficiare di alcuna terapia in grado di favorire lo sviluppo delle sue competenze. Racconta Ammaliato quando deve spiegare al responsabile della redazione del suo giornale che “ il nero, poco conta se quello della pelle, dell’asfalto o della cronaca, è un colore con il quale il mio paese e noi residenti abbiamo imparato a convivere”. Racconta quando scrive di quel bambino che ritiene che a Castel Volturno nascano solo bimbi neri. Ecco Ammaliato non smette di raccontare, di scavare all’interno di quella che è casa sua, una curiosità onnivora che rende questo libro fruibile più di altri, perché questa curiosità sociale permette di fare avere al lettore gli strumenti necessari per comprendere la strage raccontata fin dai primi momenti, dalle prime telefonate: la partita di calcio che in quel momento passava in TV (Europa League Napoli/ Benfica), la gente, il sudore, le auto della polizia, l’incertezza dei primi momenti circa il numero delle vittime e circa il  luogo della strage, i corpi riversi  a terra (ecco la telecamera in spalla che riprende); deve stare attento Ammaliato a dove mette i piedi, ci sono i bossoli, i fori e proiettili ovunque, c’è il sangue sull’asfalto, sui muri, sulle automobili parcheggiate, c’è l’Alfa Romeo crivellata dai colpi. E poi c’è il corteo, quella gigantesca macchina di protesta che alcune ore dopo la strage si mette in moto per le strade di Castel Volturno e Ammaliato, anche questa volta, ce la racconta non da cronista esterno ma da soggetto che partecipa al corteo, che rischia di essere aggredito in quanto bianco.  Ammaliato scrive: “ mai come in questo caso è il nero della pelle a fare la differenza”;  racconta di come sia costretto a portare la famiglia al riparo in un supermercato che comunque è preso d’assalto dai manifestanti.

Ammaliato non parla dei risvolti processuali, quelli tutti li possono conoscere leggendo qualsiasi giornale. Nel suo libro che libro non è in quanto, come ho già detto, è un diario, un saggio, un reportage di cronaca nera, Ammaliato ci fa avventurare in universo a pochi passi da casa nostra, ma che pochi possono arrivare a comprendere fino in fondo; perché Castel Volturno è un territorio sospeso, una specie di terra di mezzo, situata a un differente stadio della nostra immaginazione, per usare le parole di Tolkien, e questo libro, con la sguardo da buco della serratura, può essere ed è una validissima chiave di accesso.

 

 

L’arte è una cosa seria. Smuove gli animi, crea opportunità e al tempo stesso ti cambia la vita.
Ho sempre pensato all’arte, e alla cultura in genere, come ad una soluzione.La strada più semplice per combattere il degrado e l’inciviltà. Basta la cultura e il resto vien da se.
Mi viene in mente un episodio. Alcuni mesi fa ho partecipato ad un evento molto interessante.
Era un sabato mattina e avevo sentito di un tizio fuori di testa.
Ha scritto un libro, e non è certo questo che lo rende fuori di testa, ma la scelta di presentarlo nella più grande piazza di spaccio della Domiziana.  Ero assai curioso e volevo vedere tutto con i miei occhi. Decido subito di recarmi li.  In quella piazza ci sono stato tante volte per parlare con la gente che bazzica in quel posto. L’ho fatto sempre con un’ansia tremenda.
Con la paura che uno dei tossici della zona avrebbe potuto reagire male e trovare i miei discorsi “inopportuni”. Stare li, in quel maledetto posto, senza temere alcunché sarebbe stata per me, una grande conquista. Vincenzo Ammaliato è un giornalista de Il Mattino e ha deciso di raccontare in un libro la strage di S.Gennaro avvenuta a Castel Volturno il 19 Settembre di 2008. Leggere di quella notte da chi quella serata l’ha vissuta in prima linea non è la stessa cose che vedere la notizia al tg, è possibile capire i meccanismi malsani che hanno caratterizzato la Domiziana in tutti questi anni e che la televisione di certo non racconta.
Sta di fatto che il giornalista ha organizzato la presentazione del suo libro in un piazza di spiaccio, in mezzo alle gente che la protegge e ai malavitosi della zona. Era tutto troppo interessante e non potevo non esserci.
Quando arrivo assisto ad uno scenario impensabile.  In mezzo alla piazza ci sono tante persone sedute ad assistere alla presentazione.  Era presente il Sindaco e le istituzioni. Erano presenti imprenditori della zona di un certo spessore e i rappresentanti delle principali associazioni del territorio. Artisti, giornalisti e speacker radiofonici.
C’era anche una scolaresca in visita, ragazzi in piena libertà che sbirciavano ovunque, quasi come se stessero visitando gli scavi di Pompei, attrezzati con macchine fotografiche e tanto di insegnate che faceva da cicerone.La prima domanda che mi sono posto è stata – Ma gli spacciatori dove sono?  Mi guardo in giro e ne riconosco qualcuno. Erano tutti dall’altro lato della strada.  Come spettatori allo stadio osservavano la partita, solo che in quell’occasione la partita l’avevano persa. Tutti in attesa del triplice fischio per poi poter tornare a lavoro.
Erano stati cacciati da casa loro, senza violenza e senza neanche dirgli una parola.
C’era anche Usman, un nigeriano che vive in zona. Mi guarda e mi volta subito la faccia. Di solito mi sorride, ma ora per lui sono un traditore. Quello a cui non può raccontare più nulla perché sta dalla parte dei buoni.
Quasi non ci credo.  E’ bastata la presenza della gente per bene.
La presenza delle istituzioni e la presenza delle associazioni, è bastata la CULTURA per allontanare il malaffare da quel posto. Anche se tutto è durato qualche ora. Non è stato necessario l’intervento dell’esercito.  C’era solo una volante della Polizia e due Vigili Urbani. Tutto qui. Seppur per poco tempo il male era stato allontanato. La cultura è importante. Rappresenta la cura, ma se non la proteggi è tutto inutile. Bisogna proteggere quello che ci è caro.
Proteggere quello che per noi è importante.  Partecipare alla crescita culturale del proprio posto è la chiave per combattere il degrado. Creare qualcosa di bello e poi permettere ad un qualsiasi farabutto di rovinare il lavoro fatto con tanto amore rende tutto vano.

 

Intervista Radio Crc: